EDICOLA ELBANA SHOW

Quello che l'altri dovrebbero di'

BREAKING NEWS

25 agosto 1987, Porto Azzurro sotto assedio: sette giorni di paura che sconvolsero l’Elba e l’Italia

Tren­ta­no­ve anni fa il ten­ta­ti­vo di eva­sio­ne di Mario Tuti e di altri cin­que dete­nu­ti tra­sfor­mò il car­ce­re di For­te San Gia­co­mo in tea­tro di uno dei seque­stri più dram­ma­ti­ci del­la sto­ria peni­ten­zia­ria ita­lia­na. Tren­ta­tré ostag­gi, la richie­sta di un eli­cot­te­ro, la pau­ra di un bli­tz e un pae­se inte­ro con gli occhi rivol­ti ver­so quel­le mura. Dopo set­te inter­mi­na­bi­li gior­ni arri­vò la resa, sen­za vit­ti­me.
Era la mat­ti­na del 25 ago­sto 1987, L’e­sta­te elba­na sta­va len­ta­men­te avvi­ci­nan­do­si alla sua con­clu­sio­ne. Por­to Azzur­ro era pie­na di turi­sti, le spiag­ge affol­la­te, le stra­de ani­ma­te da quel­la vita che anco­ra oggi carat­te­riz­za gli ulti­mi gior­ni di ago­sto.
Poco distan­te dal cen­tro del pae­se, però, die­tro le impo­nen­ti mura di For­te San Gia­co­mo, sta­va per comin­cia­re una sto­ria com­ple­ta­men­te diver­sa.
Una sto­ria desti­na­ta a por­ta­re Por­to Azzur­ro sul­le pri­me pagi­ne dei gior­na­li e nei tele­gior­na­li di tut­ta Ita­lia.
Alle 10.30 una tele­fo­na­ta rag­giun­se la cen­tra­le ope­ra­ti­va dei Cara­bi­nie­ri di Por­to­fer­ra­io: nel car­ce­re di Por­to Azzur­ro sta­va acca­den­do qual­co­sa di gra­vis­si­mo.
Quel­lo che ini­zial­men­te ven­ne defi­ni­to una “rivol­ta” era in real­tà un ten­ta­ti­vo di eva­sio­ne orga­niz­za­to da sei dete­nu­ti: Mario Ubal­do Ros­si, Mario Mar­ro­cu, Gae­ta­no Man­ca, Mario Cap­pai, Mario Tolu e Mario Tuti.
Un ten­ta­ti­vo di fuga che fal­lì qua­si imme­dia­ta­men­te e che, nel giro di poche ore, si tra­sfor­mò in un seque­stro desti­na­to a dura­re set­te lun­ghis­si­mi gior­ni.
Secon­do la det­ta­glia­ta rico­stru­zio­ne rea­liz­za­ta anni dopo da Ila­ria Masi­ni per l’U­ni­ver­si­tà di Firen­ze, tut­to ebbe ini­zio nei pres­si del cam­po spor­ti­vo del peni­ten­zia­rio.
Mario Ubal­do Ros­si, Mario Mar­ro­cu, Gae­ta­no Man­ca e Mario Cap­pai riu­sci­ro­no a sopraf­fa­re due agen­ti di custo­dia.
Ros­si e Man­ca rag­giun­se­ro quin­di Mario Tuti e Mario Tolu, che si tro­va­va­no nel cor­ri­do­io in atte­sa del­l’u­dien­za con il diret­to­re del car­ce­re, Cosi­mo Gior­da­no.
Il pro­get­to era ambi­zio­so: impos­ses­sar­si di un mez­zo blin­da­to e met­te­re in atto una fuga rapi­dis­si­ma dal peni­ten­zia­rio.
Il mare­scial­lo Sta­ni­slao Mun­no si offrì di anda­re a pren­de­re l’au­to richie­sta dai dete­nu­ti.
Tuti gli con­ces­se pochi minu­ti per tor­na­re.
Ma Mun­no non tor­nò con l’au­to.
Fece scat­ta­re l’al­lar­me.
Il pia­no di eva­sio­ne era fal­li­to.
Da quel momen­to ini­ziò l’in­cu­bo. Anni dopo Cosi­mo Gior­da­no avreb­be ricor­da­to quei momen­ti con paro­le impres­sio­nan­ti.
Il diret­to­re era nel pro­prio uffi­cio quan­do sen­tì dei rumo­ri. La por­ta ven­ne spa­lan­ca­ta vio­len­te­men­te. Ros­si ave­va una pisto­la, men­tre Tuti impu­gna­va un col­tel­lo.
Gior­da­no rac­con­tò di esse­re rima­sto ini­zial­men­te para­liz­za­to dal­la pau­ra. A resti­tuir­gli luci­di­tà fu la vista degli agen­ti già immo­bi­liz­za­ti e minac­cia­ti: com­pre­se che, da quel momen­to, avreb­be avu­to una respon­sa­bi­li­tà enor­me nei loro con­fron­ti.
Il ten­ta­ti­vo di eva­sio­ne era ormai diven­ta­to qual­co­sa di mol­to più gran­de.
I sei si bar­ri­ca­ro­no nel­l’a­rea del­l’in­fer­me­ria.
Con loro fini­ro­no 33 ostag­gi: cin­que civi­li, dicias­set­te agen­ti di custo­dia e undi­ci dete­nu­ti.
Tra i civi­li c’e­ra­no il diret­to­re Cosi­mo Gior­da­no, il medi­co Ser­gio Car­lot­ti, l’in­fer­mie­re Lino Colan­drea, lo psi­co­lo­go Car­lo Anto­nel­li e l’as­si­sten­te socia­le Ros­sel­la Giaz­zi.
Il nome desti­na­to ine­vi­ta­bil­men­te a domi­na­re le cro­na­che fu quel­lo di Mario Tuti, espo­nen­te del­l’e­ver­sio­ne neo­fa­sci­sta degli anni Set­tan­ta, tra­sfe­ri­to a Por­to Azzur­ro sol­tan­to poche set­ti­ma­ne pri­ma.
Accan­to a lui c’e­ra­no Mario Ubal­do Ros­si, Mario Mar­ro­cu, Mario Cap­pai, Gae­ta­no Man­ca e Mario Tolu.
Era­no uomi­ni con alle spal­le pesan­tis­si­me vicen­de cri­mi­na­li e con­dan­ne che, per mol­ti di loro, signi­fi­ca­va­no tra­scor­re­re pra­ti­ca­men­te tut­ta la vita die­tro le sbar­re.
Ma c’è un par­ti­co­la­re fon­da­men­ta­le per com­pren­de­re vera­men­te ciò che accad­de.
Gli altri dete­nu­ti non segui­ro­no i sei. Anzi, pre­se­ro net­ta­men­te le distan­ze.
Lo avreb­be sot­to­li­nea­to anni dopo lo stes­so Cosi­mo Gior­da­no: par­la­re sem­pli­ce­men­te di “rivol­ta del car­ce­re di Por­to Azzur­ro” rischia di fal­sa­re la sto­ria.
Fu un ten­ta­ti­vo di eva­sio­ne com­piu­to da sei uomi­ni che, una vol­ta fal­li­to, si tra­sfor­mò in un gigan­te­sco seque­stro di per­so­na.
Gli altri cir­ca 400 dete­nu­ti, ricor­dò Gior­da­no, si dis­so­cia­ro­no.
Ed è for­se pro­prio que­sto par­ti­co­la­re a ren­de­re anco­ra più scon­vol­gen­te quel­la vicen­da.
Por­to Azzur­ro era con­si­de­ra­to in que­gli anni uno dei peni­ten­zia­ri più avan­za­ti d’I­ta­lia sul pia­no del trat­ta­men­to e del recu­pe­ro dei dete­nu­ti.
Nel giu­gno del 1986 ave­va ospi­ta­to un con­ve­gno dedi­ca­to al rap­por­to tra car­ce­re e mass media. Den­tro For­te San Gia­co­mo era­no entra­te anche la cul­tu­ra e la musi­ca, Si era­no esi­bi­ti per­si­no Lucio Dal­la e Fran­ce­sco Guc­ci­ni.
Miglia­ia di elba­ni ave­va­no potu­to con­di­vi­de­re alcu­ni di que­gli appun­ta­men­ti con i dete­nu­ti.
Era il sim­bo­lo di una filo­so­fia pre­ci­sa: il car­ce­re non dove­va esse­re sol­tan­to un luo­go dove rin­chiu­de­re una per­so­na, ma anche un luo­go dal qua­le ten­ta­re di rico­strui­re una vita. Poi arri­vò il 25 ago­sto 1987. E tut­to sem­brò improv­vi­sa­men­te sul pun­to di crol­la­re. “Date­ci un eli­cot­te­ro”. Alle 13 del pri­mo gior­no arri­vò a Por­to Azzur­ro il sosti­tu­to pro­cu­ra­to­re del­la Repub­bli­ca Artu­ro Cin­do­lo. Comin­cia­ro­no le trat­ta­ti­ve. La richie­sta dei seque­stra­to­ri diven­ne pre­sto nota: vole­va­no un eli­cot­te­ro per lascia­re l’I­so­la d’El­ba. Fu l’i­ni­zio di una trat­ta­ti­va este­nuan­te. Den­tro l’in­fer­me­ria c’e­ra­no uomi­ni arma­ti e deci­ne di ostag­gi. Fuo­ri dal­le mura comin­cia­va­no ad arri­va­re magi­stra­ti, for­ze del­l’or­di­ne, gior­na­li­sti, tele­vi­sio­ni. E natu­ral­men­te i fami­lia­ri. Por­to Azzur­ro si tra­sfor­mò in una gigan­te­sca sala d’at­te­sa. Nes­su­no sape­va come sareb­be fini­ta. Il pae­se scen­de in stra­da. C’e­ra poi un ele­men­to che ren­de­va Por­to Azzur­ro diver­so da qual­sia­si altro luo­go. Il car­ce­re non era un cor­po estra­neo al pae­se. Den­tro quel­le mura lavo­ra­va­no padri, figli, fra­tel­li, ami­ci, vici­ni di casa. Gli ostag­gi del car­ce­re era­no, in qual­che modo, gli ostag­gi di tut­ta Por­to Azzur­ro. Fu allo­ra che entrò in sce­na il sin­da­co Mau­ri­zio Papi. Nel pae­se nac­que quel­lo che le cro­na­che bat­tez­za­ro­no il “Par­ti­to del­l’e­li­cot­te­ro”. La richie­sta era sem­pli­ce: con­ce­de­re ai seque­stra­to­ri ciò che chie­de­va­no pur di sal­va­re gli ostag­gi. Un cor­teo attra­ver­sò Por­to Azzur­ro. Davan­ti al muni­ci­pio ven­ne mon­ta­ta una ten­da e par­ti­ro­no le rac­col­te di fir­me. Non era sim­pa­tia ver­so i seque­stra­to­ri. Era pau­ra. Pau­ra che lo Sta­to deci­des­se di risol­ve­re tut­to con la for­za. Pau­ra che den­tro quel­le mura potes­se con­su­mar­si una stra­ge. Gior­da­no, mol­ti anni dopo, avreb­be rico­no­sciu­to l’im­por­tan­za di quel­la mobi­li­ta­zio­ne. Le for­ze spe­cia­li era­no pron­te e l’i­po­te­si di un inter­ven­to arma­to era con­cre­ta. Secon­do l’ex diret­to­re, l’a­zio­ne di Papi e del­la popo­la­zio­ne con­tri­buì soprat­tut­to a una cosa fon­da­men­ta­le: gua­da­gna­re tem­po. Set­te gior­ni sospe­si tra pau­ra e spe­ran­za Pas­sa­va­no le ore. Poi i gior­ni.

25 ago­sto.

26.

27.

28.

29.

30.

31 ago­sto.

I seque­stra­to­ri con­ti­nua­va­no a chie­de­re un eli­cot­te­ro. Le auto­ri­tà con­ti­nua­va­no a rifiu­ta­re. Den­tro l’in­fer­me­ria la ten­sio­ne rima­ne­va altis­si­ma. Fuo­ri, Por­to Azzur­ro vive­va con il fia­to sospe­so. Le imma­gi­ni del pae­se e del car­ce­re entra­va­no ogni gior­no nel­le case degli ita­lia­ni attra­ver­so i tele­gior­na­li. Un’i­so­la cono­sciu­ta per il mare, le vacan­ze e il turi­smo era improv­vi­sa­men­te diven­ta­ta il cen­tro di uno dei casi di cro­na­ca più deli­ca­ti del­l’I­ta­lia di que­gli anni. E men­tre le trat­ta­ti­ve pro­se­gui­va­no, resta­va sem­pre la stes­sa doman­da: come fini­rà? 1 set­tem­bre 1987: la resa Il 31 ago­sto qual­co­sa comin­ciò final­men­te a cam­bia­re. Dopo qua­si una set­ti­ma­na di trat­ta­ti­ve si aprì uno spi­ra­glio. L’e­li­cot­te­ro non sareb­be arri­va­to. La fuga era impos­si­bi­le. Ma diven­ta­va pos­si­bi­le un’al­tra cosa: usci­re da quel­l’in­cu­bo sen­za lascia­re mor­ti sul pavi­men­to del­l’in­fer­me­ria. La trat­ta­ti­va pro­se­guì fino all’ul­ti­mo. Poi, il 1° set­tem­bre 1987, arri­vò la resa. Gli ostag­gi tor­na­ro­no libe­ri. Le armi tac­que­ro. Nes­su­no era mor­to. Dopo set­te gior­ni nei qua­li più vol­te si era temu­to il peg­gio, Por­to Azzur­ro pote­va final­men­te respi­ra­re. Le feri­te che rima­se­ro La fine del seque­stro, però, non signi­fi­cò la fine del­la sto­ria. Comin­cia­ro­no imme­dia­ta­men­te le pole­mi­che. Per­ché Mario Tuti era sta­to tra­sfe­ri­to in un car­ce­re come Por­to Azzur­ro? Come era­no entra­te le armi?Si pote­va evi­ta­re ciò che era accaduto?E soprat­tut­to: chi ave­va sba­glia­to? Il diret­to­re Cosi­mo Gior­da­no, nono­stan­te il com­por­ta­men­to tenu­to duran­te il seque­stro fos­se sta­to pub­bli­ca­men­te giu­di­ca­to esem­pla­re, ven­ne suc­ces­si­va­men­te tra­sfe­ri­to a Tori­no. Anche il sin­da­co Mau­ri­zio Papi, pro­ta­go­ni­sta del­la mobi­li­ta­zio­ne per evi­ta­re una solu­zio­ne arma­ta, finì al cen­tro di for­tis­si­me pole­mi­che e ven­ne sospe­so per un mese dal­le fun­zio­ni di com­mis­sa­rio di gover­no. Una vicen­da che lasciò quin­di feri­te anche quan­do i riflet­to­ri del­le tele­vi­sio­ni si spen­se­ro. Sono pas­sa­ti 39 anni, Oggi For­te San Gia­co­mo con­ti­nua a domi­na­re Por­to Azzur­ro dal­l’al­to, pre­sen­za impo­nen­te e fami­lia­re nel pae­sag­gio del pae­se. Per chi vis­se quei gior­ni, però, quel­le mura rac­con­ta­no anche un’al­tra sto­ria. Quel­la di una mat­ti­na d’a­go­sto nel­la qua­le la nor­ma­li­tà ven­ne improv­vi­sa­men­te spez­za­ta. Quel­la del­le fami­glie che aspet­ta­va­no noti­zie. Degli agen­ti seque­stra­ti. Del per­so­na­le civi­le fini­to nel­le mani dei sei dete­nu­ti. Dei magi­stra­ti che per set­te gior­ni par­la­ro­no al tele­fo­no cer­can­do di impe­di­re che qual­cu­no pre­mes­se il gril­let­to. Di un diret­to­re che da ostag­gio con­ti­nuò a sen­tir­si respon­sa­bi­le dei pro­pri uomi­ni. Di un sin­da­co e di un pae­se che sce­se­ro in stra­da per­ché ave­va­no pau­ra che un bli­tz tra­sfor­mas­se For­te San Gia­co­mo in un luo­go di mor­te. E anche degli altri dete­nu­ti che deci­se­ro di non segui­re i sei seque­stra­to­ri, difen­den­do in qual­che modo quel­l’e­spe­rien­za di car­ce­re aper­to che negli anni pre­ce­den­ti era sta­ta costrui­ta con tan­ta fati­ca. Per que­sto, for­se, dopo qua­si qua­ran­t’an­ni vale la pena ricor­da­re quei fat­ti andan­do oltre l’e­spres­sio­ne rima­sta nel­la memo­ria col­let­ti­va: “la rivol­ta di Por­to Azzur­ro”. Per­ché fu soprat­tut­to una fuga fal­li­ta diven­ta­ta seque­stro. Set­te gior­ni duran­te i qua­li Por­to Azzur­ro smi­se di esse­re sol­tan­to un pic­co­lo pae­se del­l’I­so­la d’El­ba e diven­tò il cen­tro del­l’I­ta­lia. Dal 25 ago­sto al 1° set­tem­bre 1987. Set­te gior­ni di pau­ra. Set­te gior­ni con deci­ne di vite appe­se a un filo. Set­te gior­ni che chi c’e­ra non ha mai dimen­ti­ca­to. E che Por­to Azzur­ro, 39 anni dopo, por­ta anco­ra den­tro la pro­pria memo­ria.

Rispondi