Nove anni sono tanti. Eppure basta pronunciare il suo nome per ritrovarsi improvvisamente ragazzi, dentro un’aula di scuola, durante una passeggiata, nel laboratorio naturalistico o ad ascoltare uno dei suoi racconti. Perché ci sono professori che ti insegnano una materia e poi ci sono quelli che, senza che tu te ne accorga, ti insegnano qualcosa della vita. Sandro era uno di questi. Io, per esempio, ho un ricordo che ancora oggi mi fa sorridere. Un giorno mi buttò fuori dalla classe per tutto il pomeriggio perché non riuscivo a imparare altitudine, latitudine ed escursione termica. Tanti anni dopo glielo ricordai: «Ti ricordi Sandro quando m’hai stioccato fori tutto il pomeriggio per altitudine, latitudine ed escursione termica?» E lui, senza pensarci troppo: «Certo Regini che me lo ricordo… ma so’ convinto che ancora non l’hai studiate per bene. Ora ridimmele e se sbagli m’incazzo come trent’anni fa». Gli dissi: «Obbono Sandro mi’… va’ a pensà a trent’anni fa…». Poi il suo sguardo si fece improvvisamente serio. E in un secondo io non ero più un uomo adulto. Ero tornato lo Stefano di dodici anni davanti all’omone Zingoni. «Sandro… un me lo ricordo». E lui: «Quel giorno ti ci dovevo lascià fori dalla porta… ma fino all’indomani». Questo era Sandro. Un professore che riusciva a rimanerti dentro anche attraverso una sgridata. Uno di quelli davanti ai quali, anche trent’anni dopo, tornavi ad essere il ragazzino seduto al banco. E non è soltanto il mio ricordo. Simone Mellini, nel salutarlo, scrisse parole che raccontano perfettamente ciò che Sandro aveva rappresentato per tanti ragazzi di Porto Azzurro: la sua sensibilità, la sua umanità, la cultura e soprattutto quella straordinaria capacità di essere professore senza mai creare una distanza con i suoi studenti. Era, come scrisse Simone, “uno di noi” Sapeva trovare il modo di insegnare qualcosa anche ai più duri, anche a quelli che magari di studiare non avevano nessuna voglia. E poi il laboratorio naturalistico, il giardino delle scuole, le passeggiate, gli aneddoti, la storia, la natura, il mare. E quella sua amata barca a vela, sistemata negli anni a Mola, altra grande passione che diventava inevitabilmente materia dei suoi racconti. Racconti capaci di far passare le ore come fossero minuti. Forse è proprio questa la misura più bella di ciò che lascia un insegnante. Non quanto ricordiamo delle pagine di un libro, ma quanto ricordiamo di lui. Sono trascorsi nove anni, Prof., ma ancora oggi qualcuno dei tuoi ragazzi racconta un tuo aneddoto, ripete una tua battuta, ricorda una passeggiata o una ramanzina. E per qualche minuto torna ad avere dodici, tredici, quattordici anni. Un pensiero affettuoso va ancora una volta a Tita, il suo grande amore, e alle sue figlie. E a te, Sandro, possiamo soltanto dire grazie. Per quello che ci hai insegnato. Per quello che ci hai fatto scoprire. Per le risate, per le incazzature, per le passeggiate e per quelle lezioni che abbiamo capito davvero soltanto diventando grandi. E comunque, Prof., dopo tutti questi anni una cosa te la devo confessare: altitudine, latitudine ed escursione termica… forse è meglio se me le ripasso. Ciao Sandro. Nove anni dopo, sei ancora nei ricordi dei tuoi ragazzi.









