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Addio a Beppe Frangioni, se ne va una leggenda biancorossa

Ci sono per­so­ne che appar­ten­go­no a una squa­dra. E poi ce ne sono altre che, con il pas­sa­re degli anni, fini­sco­no per diven­ta­re una par­te del­la sua sto­ria, del­la sua memo­ria, qua­si del­la sua iden­ti­tà.
Bep­pe Fran­gio­ni era una di que­ste.
La noti­zia del­la sua scom­par­sa lascia un gran­de vuo­to nel mon­do del cal­cio elba­no e soprat­tut­to nel­la gran­de fami­glia dell’Audace, socie­tà alla qua­le ha lega­to una par­te enor­me del­la pro­pria vita, pri­ma da cal­cia­to­re e capi­ta­no e suc­ces­si­va­men­te da alle­na­to­re ed edu­ca­to­re di gene­ra­zio­ni di gio­va­ni.
Rac­con­ta­re oggi chi sia sta­to Giu­sep­pe “Bep­pe” Fran­gio­ni sol­tan­to attra­ver­so pre­sen­ze, cam­pio­na­ti, vit­to­rie e risul­ta­ti sareb­be ridut­ti­vo. Per­ché Bep­pe appar­te­ne­va a quel cal­cio nel qua­le una maglia non era sem­pli­ce­men­te una maglia e uno spo­glia­to­io non era sol­tan­to il luo­go dove cam­biar­si pri­ma di una par­ti­ta.
Era appar­te­nen­za.
Era sacri­fi­cio.
Era comu­ni­tà.
Era vita.
E for­se il modo più bel­lo per salu­tar­lo oggi è lascia­re par­la­re chi Bep­pe lo ha cono­sciu­to dav­ve­ro.
Anni fa Miche­le Melis, uno dei tan­ti “suoi ragaz­zi”, gli dedi­cò un lun­go rac­con­to. Non un sem­pli­ce arti­co­lo, ma un viag­gio den­tro un’e­po­ca del cal­cio elba­no e den­tro la figu­ra di un uomo impos­si­bi­le da rac­chiu­de­re in poche righe.
Abbia­mo deci­so di ripro­por­lo inte­gral­men­te, per­ché oggi quel­le paro­le assu­mo­no un signi­fi­ca­to anco­ra più pro­fon­do.
Miche­le ini­zia­va rac­con­tan­do di un lune­dì, di un paio di scar­pe da ten­nis dimen­ti­ca­te appo­sta, di una cor­sa ver­so Col­le Reci­so e di un alle­na­to­re che, pur di non lascia­re indie­tro uno dei suoi ragaz­zi, si toglie­va le pro­prie Super­ga bian­che e glie­le con­se­gna­va.
Lui, poi, cor­re­va con le scar­pe che ave­va ai pie­di.
Mocas­si­ni com­pre­si.
Era Bep­pe.
Ed è for­se già tut­to lì.

Nasi­no lo face­va appo­sta.
Tut­te le vol­te lo face­va appo­sta, il lune­dì le scar­pe da ten­nis non se le por­ta­va.
Nel­la bor­sa tene­va sol­tan­to quel­le coi tac­chet­ti e poi sta­va alla fine­stra.
Ma fini­va sem­pre allo stes­so modo, e in cuor suo lo sape­va anche lui.
Pic­co­lo riav­vol­gi­men­to di nastro: ini­zio anni novan­ta, Auda­ce, squa­dra dell’under 18, cam­po di alle­na­men­to (e di gio­co) San Gio­van­ni.
Ave­va­mo tra­slo­ca­to lì, il Car­bu­ro non esi­ste­va più, era­no in cor­so i lavo­ri di ristrut­tu­ra­zio­ne, quei fasti glo­rio­si era­no anda­ti.
Le risor­se in que­gli anni era­no quel­le che era­no (sor­vo­lia­mo) e a San Gio­van­ni e alla Bric­chet­te­ria ci si arran­gia­va come si pote­va, tut­ti.
Ma noi dell’under 18 era­va­mo for­tu­na­ti, ave­va­mo un alle­na­to­re che non era sol­tan­to tale, face­va tut­to: il diri­gen­te, il stret­ta di mano­se­gre­ta­rio, il custo­de, il magaz­zi­nie­re, il dot­to­re, il mas­sag­gia­to­re, per­fi­no il con­fi­den­te e all’occorrenza (guai se i “suoi” ragaz­zi face­va­no la doc­cia ghiac­cia) anche il cal­dai­sta.
Le rego­le era­no chia­re, tal­men­te chia­re che era­no sot­toin­te­se: pun­tua­li­tà, ordi­ne e disci­pli­na al di sopra di tut­to, non c’era giu­sti­fi­ca­zio­ne che tenes­se.
E il lune­dì appun­to, a discre­zio­ne dell’allenatore, si pote­va anda­re a fare una bel­la cor­sa su per Col­le Reci­so, ergo le scar­pe da ten­nis in bor­sa “dove­va­mo” aver­le tut­ti, per for­za.
Oddio, non ci vole­va cer­to uno scien­zia­to per capir­lo: se il saba­to si per­de­va, l’allenamento suc­ces­si­vo, il lune­dì, il pal­lo­ne lo vede­va­mo nei den­ti, cor­sa (tan­ta e qua­si tut­ta in sali­ta) e poi doc­cia, tie­pi­da quan­do anda­va bene.
Ma a Nasi­no, che pure di quel­la squa­dra era il capi­ta­no, quel­le cor­se in sali­ta pro­prio non anda­va­no a genio, allo­ra ci pro­va­va: “io le scar­pe da ten­nis oggi non ce l’ho, me le so scor­da­te. Dai giù, per sta­vol­ta…”
Spe­ra­va di sov­ver­ti­re il vole­re sovra­no e di anda­re in cam­po, una bel­la par­ti­tel­la e via. Un sogno.
Per­ché fini­va sem­pre allo stes­so modo, dice­va­mo: l’allenatore lo cate­chiz­za­va a modo suo — e non vola­va una mosca, chiun­que altro gli stes­se vici­no cen­tel­li­na­va anche il respi­ro — poi però si sfi­la­va le sue di scar­pe da ten­nis, le Super­ga bian­che (quel­le del­la foto, pro­prio quel­le), e glie­le por­ge­va (ave­va­no lo stes­so nume­ro di pie­de): “tie­ni, met­ti­ti que­ste”.
“E te che fai non vie­ni? Ci aspet­ti qui?” gli doman­da­va ambi­guo Nasi­no, men­tre già pre­gu­sta­va un bivac­co dopo la pri­ma ram­pa, al ripa­ro da occhi indi­scre­ti.
“Bau!” era la rispo­sta stan­dard “te non ti pre­oc­cu­pà e pen­sa a cor­re….”.
L’allenatore? Veni­va anche lui, cer­to, ecco­me se veni­va: cal­za­va le scar­pe che ave­va in bor­ghe­se sul momen­to, mocas­si­ni o “car­ro arma­to” che fos­se­ro, e si par­ti­va tut­ti alla via di su.
Nel­le fasi ini­zia­li, in testa al grup­po, a scan­di­re il pas­so (bel­lo soste­nu­to), sem­pre lui, l’allenatore.
Le sue scar­pe? Nes­su­no ci face­va più caso, lui per pri­mo.
E nel pro­sie­guo, per tene­re com­pat­ti i ran­ghi, l’allenatore sfi­la­va lui in coda al grup­po e spro­na­va i più lava­ti­vi, l’eco tuo­na­va fino a val­le.
Chi non lo vede­va, lo sen­ti­va.
Ed era incon­fon­di­bi­le, la voce di Bep­pe Fran­gio­ni.
Non pote­va che comin­cia­re così, con un aned­do­to, il ricor­do di Bep­pe.
Uno a caso, tra tan­ti, tal­men­te tan­ti che nean­che è pos­si­bi­le cata­lo­gar­li tut­ti.
Ecco, se fos­se pos­si­bi­le sti­la­re una clas­si­fi­ca di aned­do­ti, Bep­pe sareb­be fuo­ri con­cor­so, sul serio, ce ne sono vera­men­te trop­pi.
Tut­ti chia­ri e niti­di e che ognu­no, a secon­da del livel­lo di coin­vol­gi­men­to, sen­te “pro­pri ed esclu­si­vi”.
Che per­so­nag­gio che era Bep­pe.
Reli­gio­sis­si­mo, era uno che non cita­va afo­ri­smi vari, li conia­va pro­prio.
Dal maz­zo, a occhi chiu­si, abbia­mo pesca­to que­sto, sem­pre d’attualità, che reci­ta “Per gli sce­mi medi­ci­na non ce n’è”.
Ma sareb­be un erro­re, un gros­so erro­re, ricor­dar­lo solo per quel­lo, o maga­ri per qual­che stra­va­gan­te ritua­le sca­ra­man­ti­co (chi più ne ha più ne met­ta), per quel­la vena un po’ pit­to­re­sca, insom­ma, che tal­vol­ta era par­te inte­gran­te del per­so­nag­gio.
Per­ché il mon­do va dav­ve­ro alla rove­scia e può anche capi­ta­re, al cam­po spor­ti­vo (sic!), di sen­ti­re una gio­va­ne signo­ra pro­nun­cia­re “Bep­pe Fran­gio­ni? Hi hi hi, l’ho sen­ti­to nomi­na­re! Hi hi hi”.
Eh no, accom­pa­gni pure suo figlio all’allenamento Signo­ra mia, ci man­che­reb­be altro, però non va bene, non ci sia­mo pro­prio, “unzi­poo­lee”.
Allo­cu­zio­ne quest’ultima pre­sa in pre­sti­to, indo­vi­ni un po’ da chi.
Da qui in avan­ti si cam­bia regi­stro Signo­ra mia, ponia­mo rime­dio alle sue lacu­ne, o alme­no pro­via­mo­ci, comin­cian­do subi­to a met­te­re in chia­ro una cosa, a scan­so di equi­vo­ci: uno così, nel­la vita, lo si incon­tra una vol­ta sol­tan­to.
Tira­va­mo ad indo­vi­na­re, in quel­lo spo­glia­to­io, due cose su Bep­pe.
La pri­ma: come si chia­mas­se quell’odioso pro­fu­mo, deo­do­ran­te o quel­lo che era, con cui si cospar­ge­va subi­to dopo la doc­cia. Sva­ni­va qua­si subi­to, ad onor del vero, ma in quel fran­gen­te non gli si sta­va accan­to, era vera­men­te insop­por­ta­bi­le.
La secon­da: qua­le fos­se la sua fede cal­ci­sti­ca, ma era dif­fi­ci­le, indi­zi non te ne dava.
Che stupidi…….indizi non ne dava, più di così?
La sua fede era bian­co­ros­sa, pun­to.
Lui e l’Audace, che con­nu­bio: non ce n’è! Bep­pe dell’Audace è sta­to una leg­gen­da sin dall’inizio, da quan­do cioè indos­sò, da subi­to, a pel­le, quel­la maglia a stri­sce bian­che e ros­se.
Quan­te vol­te la indos­sò? Una vita.
Fat­ta ecce­zio­ne per un anno a Por­to Azzur­ro, sem­pre e solo quel­la.
Nel bel­lis­si­mo libro che rac­con­ta il cen­te­na­rio di sto­ria bian­co­ros­sa, il nume­ro esat­to non com­pa­re diret­ta­men­te, comun­que sia tan­tis­si­me.
Quan­te con la fascia da capi­ta­no? Idem e con ogni pro­ba­bi­li­tà, più di tut­ti.
E che spes­so­re ave­va Bep­pe.
Quan­do anda­va in tra­sfer­ta, non c’era un cam­po spor­ti­vo, uno sol­tan­to, dove non fos­se rico­no­sciu­to, salu­ta­to, rispet­ta­to.
E temu­to, in quan­to valo­ro­so: una (even­tua­le) vit­to­ria con­tro Bep­pe, con­tro l’Audace, sareb­be sta­ta di pre­sti­gio, oltre che suda­ta, per l’avversario di tur­no.
In cam­po non anda­va per par­te­ci­pa­re, mai, ci anda­va per vin­ce­re, sem­pre, da gio­ca­to­re, da alle­na­to­re, con­tro chiun­que.
E gli avver­sa­ri que­sto lo sape­va­no, Bep­pe era un osso duro, da lui non c’erano da aspet­tar­si scon­ti.
Favo­ri­ti­smi? Acco­mo­da­men­ti? Nem­me­no ci pro­va­va­no, inte­ger­ri­mo com’era! E poi era un azzar­do trop­po gros­so.
Ci sta infat­ti che fos­se giun­ta voce oltre cana­le, del­la malau­gu­ra­ta sor­te toc­ca­ta a quell’asino di San Pie­ro un po’ su di giri che osò fugar­si al suo (all’epoca) figlio­let­to: man­da­to al crea­to­re sedu­ta stan­te, a mani nude, con un col­po solo, ma asse­sta­to bene.
Un valo­ro­so dice­va­mo, ma for­se è ridut­ti­vo.
Mai nel­le retro­vie, sem­pre e comun­que in pri­ma linea, al suo posto, da con­dot­tie­ro, nel­la buo­na e nel­la cat­ti­va sor­te.
Nel libro sopra­ci­ta­to di Bep­pe com­pa­io­no ben tre cita­zio­ni, sostan­zial­men­te alla stes­sa manie­ra.
Inte­gral­men­te ripor­ta­no que­sto.
“Difen­so­re, gio­ca­to­re for­te fisi­ca­men­te, una sicu­rez­za per i com­pa­gni di repar­to, tec­ni­ca­men­te buo­no, mar­ca­to­re impla­ca­bi­le”.
“Un libe­ro esper­to, una sicu­rez­za per la dife­sa. Ha dispu­ta­to una gara egre­gia”.
“Libe­ro dal gio­co ener­gi­co ed effi­ca­ce, vero esem­pio di auten­ti­co spi­ri­to spor­ti­vo”.
Qual­co­sa vor­rà pur dire, Signo­ra mia.
Non era alto di sta­tu­ra Bep­pe, ma in cam­po sem­bra­va dav­ve­ro più gros­so degli altri, il dop­pio.
Gigan­teg­gia­va su tut­to.
Di testa, di pie­de, nei con­tra­sti, un muro inva­li­ca­bi­le nell’uno con­tro uno, dota­to di un sen­so inna­to del­la posi­zio­ne che non lo taglia­va mai fuo­ri, non si con­ta­no le vol­te in cui è rima­sto padro­ne del­la sua metà cam­po, non si con­ta­no le bat­ta­glie in area di rigo­re da cui è usci­to vin­ci­to­re a testa alta e, spes­so e volen­tie­ri, pal­la al pie­de.
Bep­pe esor­dì gio­va­ne in pri­ma squa­dra a metà degli anni cin­quan­ta, nel 1954 per l’esattezza.
Ne seguì un quar­to di seco­lo inin­ter­rot­to (fat­ta ecce­zio­ne una man­cia­ti­na di cam­pio­na­ti in secon­da) tra pri­ma cate­go­ria e pro­mo­zio­ne.
Col livel­lo che c’era all’epoca, tan­ta roba.
Di quel­le squa­dre Bep­pe era l’anima, la ban­die­ra, il tra­sci­na­to­re, il capi­ta­no.
Era un leo­ne, vera­men­te un leo­ne e la sua cri­nie­ra risplen­de­va in tut­ta la sua mae­sto­si­tà.
Era lui l’indiscusso re del­la fore­sta.
I fasti glo­rio­si del Car­bu­ro si dice­va all’inizio, ecco­li.
Un coin­vol­gi­men­to popo­la­re inve­ro­si­mi­le, la miti­ca tri­bu­na (instal­la­ta nei pri­mi anni set­tan­ta) spes­so al cul­mi­ne del­la capien­za ed il cui tet­to era spes­so sul pun­to di vola­re in aria al bat­ti­to dei pugni, la gen­te assie­pa­ta per tut­to il peri­me­tro del cam­po (e die­tro le por­te con i fia­schi del vino d’ordinanza), il riscal­da­men­to die­tro la por­ta in mez­zo ai pini, gli spo­glia­toi angu­sti, il fami­ge­ra­to sot­to­pas­sag­gio dove suc­ce­de­va quel­lo che suc­ce­de­va, sto­ri­che tra­sfer­te con cen­ti­na­ia di tifo­si al segui­to.
Altri tem­pi.
Un po’ di nume­ri ora, non gua­sta mai, quel libro ne è pie­no zep­po, basta leg­ge­re.
E i nume­ri, si sa, non men­to­no.
Spic­ca­no sen­za dub­bio due pro­mo­zio­ni con­se­cu­ti­ve, 1967/68 e 1968/69.
Mai pri­ma, mai più dopo.
Ma la chic­ca for­se, a ben guar­da­re, è un’altra.
Sta­gio­ne 1973/1974, pri­ma divi­sio­ne, di squa­dre for­ti e bla­so­na­te in quel giro­ne ce n’erano e van­no elen­ca­te una ad una, in ordi­ne alfa­be­ti­co per non scon­ten­ta­re nes­su­no, poi un’idea uno se la fa da solo: Argen­ta­rio, Cascia­na Ter­me, Castel­fran­co, Cer­re­te­se, Cer­tal­do, Fol­lo­ni­ca, For­co­li, Fucec­chio, Mas­se­ta­na, Pic­chi, Rosi­gna­no, San Minia­to, Tut­to­cuo­io, Uli­ve­to, Ven­tu­ri­na.
L’Audace era una squa­dra “nor­ma­le”, arri­vò deci­ma, si sal­vò cer­to ma nul­la di più.
Nul­la di più? Par­ti­te gio­ca­te in casa quin­di­ci, scon­fit­te zero, reti subi­te zero.
Teste e lische per tut­ti, così, per non scon­ten­ta­re nes­su­no.
E quan­do gli sareb­be rica­pi­ta­to in Fede­ra­zio­ne un caso ana­lo­go? Disci­pli­na­ti tut­ti allo stes­so modo?
All’Audace ven­ne asse­gna­to il (pre­sti­gio­so) pre­mio disci­pli­na, che però è un’altra cosa.
Coin­ci­den­za a par­te, c’è da riflet­te­re: per­ché la rete bian­co­ros­sa rima­se invio­la­ta un cam­pio­na­to inte­ro?
Di testi­mo­ni, pro­ta­go­ni­sti in cam­po e non, ce ne sono a iosa, basta chie­de­re.
Rim­pic­cio­li­va­no la por­ta? Deci­sa­men­te no.
Vola­va­no bas­si? Può dar­si.
Gli altri tira­va­no poco? For­se.
O for­se pun­to.
La leg­ge del Car­bu­ro in quel cam­pio­na­to fu infles­si­bi­le, tut­to qui.
Mai pri­ma, mai più dopo.
Andreb­be ricor­da­ta quell’impresa, zero gol subi­ti in casa, maga­ri immor­ta­la­ta in una tar­ga com­me­mo­ra­ti­va (per­ché no?), da affig­ge­re da qual­che par­te.
Anzi no, un posto spe­ci­fi­co ci sareb­be.
Den­tro lo spo­glia­to­io pro­prio: affig­ge­te­la lì quel­la tar­ga.
Era quel­lo infat­ti, insie­me al cam­po, il ter­ri­to­rio di Bep­pe, il suo regno.
Hai visto mai che qual­che gio­va­ne leva gli dia un’occhiatina, pri­ma di anda­re in cam­po….
E che cari­sma ave­va Bep­pe.
Anche a boc­ce fer­me susci­ta­va una spe­cie di kar­ma, sof­fu­so e con­di­vi­so da tut­ti colo­ro che gli gra­vi­ta­va­no intor­no.
Una pre­sa di posi­zio­ne di Bep­pe, all’interno del­lo spo­glia­to­io, era van­ge­lo o giù di lì.
Sen­za nean­che aver biso­gno di rug­gi­re, lad­do­ve non ser­vi­va, come fa il leo­ne capo­bran­co appun­to, né più né meno.
Ma non face­va pesa­re “l’io”, esal­ta­va altre­sì il con­cet­to di “noi”.
Dava l’esempio su tut­to e tut­to con­di­vi­de­va con il grup­po, che fos­se un pre­mio par­ti­ta o un sor­so d’acqua era indif­fe­ren­te.
Le pri­me­don­ne e le indi­vi­dua­li­tà fini a se stes­se non gli sono mai pia­ciu­te, figu­ria­mo­ci dun­que se si ele­va­va lui a tale sta­tus, pur aven­do­ne tut­ti i requi­si­ti.
Ed è pro­prio per que­sto che la tar­ga com­me­mo­ra­ti­va di cui in pre­ce­den­za può esse­re let­ta come una pro­vo­ca­zio­ne ma solo in par­te, anzi gli fareb­be pia­ce­re al pari (se non addi­rit­tu­ra di più) di un rico­no­sci­men­to indi­vi­dua­le.
Per­ché sareb­be un plau­so col­let­ti­vo, rivol­to ad un grup­po, ad una squa­dra, di cui egli face­va par­te ed in cui si incar­na­va, con tut­to se stes­so.
A quel tem­po il capo­li­nea di una car­rie­ra ago­ni­sti­ca cal­ci­sti­ca si aggi­ra­va intor­no ai tren­ta anni, rag­giun­ta quel­la soglia, volen­ti o nolen­ti, si pas­sa­va la mano.
Mica Bep­pe però, lui smi­se tar­di, a tren­ta­set­te anni, deci­den­do auto­no­ma­men­te.
Pri­mo, per­ché anda­re a dir­gli in fac­cia “smet­ti, sei vec­chio” (o qual­co­sa del gene­re infioc­chet­ta­to per bene) era un pesan­te far­del­lo per chiun­que, per ovvii moti­vi.
Secon­do, e qui si ribal­ta la pro­spet­ti­va, per­ché non era vero.
Asso­lu­ta­men­te.
A ripro­va del fat­to, dopo qual­che mese di inat­ti­vi­tà fu richia­ma­to, gli ven­ne chie­sto di anda­re avan­ti, di gio­ca­re anco­ra.
E non per sen­ti­men­ta­li­smo, l’evidenza era ben altra.
Come gio­ca­to­re maga­ri pote­va esse­re sosti­tui­bi­le, come uomo squa­dra no.
Un altro anno, uno solo, gli dis­se­ro.
E così via, alle­na­va le gio­va­ni­li Bep­pe, ma nel giro­ne di ritor­no pun­tual­men­te veni­va richia­ma­to.
Appe­se le scar­pe al chio­do che ne ave­va qua­ran­ta, non sape­va dire di no all’Audace.
Ha rifiu­ta­to inve­ce, nel fio­re degli anni, all’inizio degli anni ses­san­ta, il pas­sag­gio al pro­fes­sio­ni­smo.
All’epoca non esi­ste­va­no i pro­cu­ra­to­ri e non si face­va­no tan­ti giri di paro­le, più o meno le cose anda­ro­no così: l’allenatore Ugo Con­ti (ex Juve, Genoa, Livor­no, poi fini­to, tra le altre cose, a Caglia­ri come vice di Sco­pi­gno nell’anno dell’unico scu­det­to tar­ga­to Sar­de­gna, nel 1970) dopo aver­lo scan­da­glia­to un anno inte­ro, gli dis­se “vie­ni con me nel Livor­no, dome­ni­ca gio­chi”.
Se lo sareb­be por­ta­to con sé dovun­que, ma Bep­pe decli­nò.
Per la cro­na­ca rifiu­tò anche, in un secon­do momen­to, di pas­sa­re al Lane­ros­si Vicen­za, guar­da caso stes­sa maglia e stes­si colo­ri dell’Audace.
Ad un osser­va­to­re venu­to appo­sta a visio­nar­lo, rima­sto­ne abba­glia­to dopo die­ci minu­ti di par­ti­ta, al momen­to del dun­que rispo­se pic­che.
Furo­no scel­te di vita, ma non è dato sape­re se sof­fer­te e fino a che pun­to.
Quan­do Bep­pe sce­glie­va, sce­glie­va.
L’ alle­na­to­re bep­pe Una vol­ta fece, insie­me ai fra­tel­li Anto­nio, Fran­co e rispet­ti­ve con­sor­ti, un lun­go viag­gio, un’odissea, per anda­re a tro­va­re l’altro fra­tel­lo Gian­car­lo in Austra­lia, non si vede­va­no da anni.
Appe­na sce­si dall’aereo, scam­bia­ti i con­ve­ne­vo­li e sin­ce­ra­to­si del­le buo­ne con­di­zio­ni di salu­te del fra­tel­lo emi­gra­to lag­giù e del­la sua fami­glia, Bep­pe scom­bus­so­lò il pro­gram­ma del­la vacan­za e fece il dia­vo­lo a quat­tro per mon­ta­re sul pri­mo volo dispo­ni­bi­le per il rien­tro, otte­nen­do l’imbarco per il gior­no suc­ces­si­vo.
Il moti­vo? Il richia­mo era trop­po for­te, la dome­ni­ca c’era da gio­ca­re.
Que­sto sin­go­la­re epi­so­dio iden­ti­fi­ca, meglio di ogni altra cosa, l’attaccamento di Bep­pe alla maglia bian­co­ros­sa.
Non sal­ta­va una par­ti­ta nem­me­no se si tro­va­va all’altro capo del mon­do.
Ed a pre­scin­de­re dai risul­ta­ti, la lun­ga car­rie­ra cal­ci­sti­ca di Bep­pe — ad occhio e cro­ce oltre 600 get­to­ni di pre­sen­za — può esse­re rac­chiu­sa in una sola, cor­tis­si­ma fra­se.
Le par­ti­te non le gio­ca­va, le vive­va.
Quel­li del­la mia gene­ra­zio­ne non l’hanno mai visto gio­ca­re Bep­pe, sono sol­tan­to sta­ti alle­na­ti da lui.
Par­te­ci­pa­va a scam­po­li di par­ti­tel­la, è vero, non era però la stes­sa cosa, ave­va già oltre­pas­sa­to la cin­quan­ti­na.
E che alle­na­to­re era Bep­pe.
Innan­zi­tut­to era anco­ra un leo­ne indo­mi­to e ben lon­ta­no dal ritrar­re gli arti­gli, seve­ro all’occorrenza – qua­si mai per la veri­tà, un sesto sen­so comu­ne sug­ge­ri­va di riga­re drit­to — ma pro­tet­ti­vo a
dismi­su­ra con i “suoi” ragaz­zi.
Ave­va una memo­ria di fer­ro su nomi, cir­co­stan­ze e fat­ti, era docu­men­ta­to a tap­pe­to (non si sa come) sull’avversario di tur­no, pre­pa­ra­va la par­ti­ta nel det­ta­glio sen­za mai riem­pir­si la boc­ca con fila­stroc­che di nume­ri e modu­li di gio­co teo­ri­ci, bada­va al sodo.
Aggiun­gia­mo­ci poi che, con l’esperienza acqui­si­ta, lavo­ra­va anche d’astuzia.
E pen­sa­re che noi lo pren­de­va­mo qua­si per mat­to.
E non tan­to per­ché il gior­no del­la par­ti­ta, ancor pri­ma di annun­cia­re la for­ma­zio­ne, indos­sa­va le vesti del­lo scia­ma­no ed elen­ca­va minu­zio­sa­men­te ora­ri, vizi e stra­vi­zi del­la sera pri­ma di ognu­no di noi, quan­to per­ché, duran­te la par­ti­ta pro­prio, in cam­po ci si guar­da­va sbi­got­ti­ti e in pan­chi­na ci si dava di gomi­to.
Capi­ta­va non di rado infat­ti, dopo appe­na una azio­ne di gio­co (sì una, ave­te let­to bene), che lui sov­ver­tis­se tut­to: spo­sta­va le mar­ca­tu­re, sul­le pun­te, a cen­tro­cam­po, inti­ma­va agli attac­can­ti di sta­re lar­ghi, mol­to defi­la­ti, inver­ti­va le ali più vol­te nel cor­so di un quar­to d’ora.
Insom­ma, rivol­ta­va la squa­dra come un cal­zi­no a pro­prio pia­ci­men­to così, sen­za appa­ren­te moti­vo.
Ma cosa ne sape­va­mo noi, gio­va­ni sbar­ba­tel­li?
Il moti­vo, uno solo, c’era.
Era avan­ti anni luce Bep­pe, “leg­ge­va” la par­ti­ta come nes­su­no, indi­vi­dua­va in un bat­ter d’occhio pun­ti di for­za e debo­lez­ze dell’avversario e li raf­fron­ta­va ai nostri, in base alle mute­vo­li con­di­zio­ni, sen­za tra­la­scia­re di eser­ci­ta­re sull’arbitro una pres­sio­ne psi­co­lo­gi­ca sopraf­fi­na, fin da subi­to, tenen­do con­to, ecco­me, del suo gra­do di intel­li­gen­za (o di demen­za a secon­da dei casi) e rego­lan­do­si di con­se­guen­za.
Genia­le, non ci pio­ve.
Chis­sà come sareb­be sta­to valu­ta­to uno così al gior­no d’oggi ai mega­cor­si di Cover­cia­no……
E chis­sà per­ché sta­va solo con le gio­va­ni­li Bep­pe, con le qua­li si è tol­to le sue bel­le sod­di­sfa­zio­ni in pan­chi­na, una su tut­te un cam­pio­na­to da imbat­tu­ti (zero scon­fit­te, anco­ra…. allo­ra ce l’aveva di vizio) con una under 18 regio­na­le sul fini­re degli anni ottan­ta.
Col sen­no di poi è sta­ta una man­na dal cie­lo, per­ché se Bep­pe aves­se avu­to mai l’investitura del­la pan­chi­na più pre­sti­gio­sa, quel­la del­la pri­ma squa­dra, tan­ti ragaz­zi (deci­ne, cen­ti­na­ia, e chi lo sa) non lo avreb­be­ro mai cono­sciu­to e apprez­za­to.
Sta­va con le gio­va­ni­li Bep­pe, e lì para­dos­sal­men­te rega­la­va l’elisir dell’eterna gio­vi­nez­za, eser­ci­tan­do innu­me­re­vo­li vol­te il suo pote­re magi­co.
Nel sen­so che capi­ta­va, come no, che qual­che pre­scel­to mira­co­lo­sa­men­te “rin­gio­va­ni­va” del­lo stret­to neces­sa­rio, oppu­re scat­ta­va l’indulto per lo squa­li­fi­ca­to di tur­no.
E se i mali­gni insi­nua­no che, all’atto pra­ti­co, costo­ro veni­va­no inse­ri­ti nel­la distin­ta con­se­gna­ta all’arbitro sot­to men­ti­te spoglie……..pazienza!
Qui­squi­lie e pin­zil­lac­che­re.
Bep­pe ha rivo­lu­zio­na­to tan­tis­si­me cose, tra cui il modo di snoc­cio­la­re le for­ma­zio­ni bian­co­ros­se.
Eh sì, per­ché anco­ra oggi, quan­do si rie­vo­ca una del­le for­ma­zio­ni dei tem­pi che furo­no (tor­nei dei bar com­pre­si) non si comin­cia mica dal por­tie­re, ma dal libe­ro, il pri­mo nome cita­to è sem­pre il suo.
Ma non solo, può anche capi­ta­re (e capi­ta), in un dia­lo­go popo­la­re, che uno se ne esca con: “Ai tem­pi di Bep­pe…..”.
Biso­gna dar­glie­ne atto, è la real­tà, che lo si voglia o no: Bep­pe, all’anagrafe Giu­sep­pe Fran­gio­ni, ha vera­men­te segna­to un’era.
Basta e avan­za.
Solo i gran­di lo fan­no, è una loro pre­ro­ga­ti­va.
Fac­cia un po’ lei, Signo­ra mia.
Tut­ti i gior­ni ti tra­smet­te­va qual­co­sa Bep­pe (in cima alla lista valo­ri ormai in via d’estinzione), ma l’insegnamento più gran­de ce lo ha impar­ti­to anni dopo, a tut­ti quan­ti, e il pal­lo­ne sta­vol­ta non c’entra.
Per­ché è risa­pu­to il modo, tena­ce ed enco­mia­bi­le, con cui ha rea­gi­to al desti­no bef­far­do (mani­fe­sta­to­si sot­to for­ma di un tre­men­do ictus) che gli andò incon­tro una fre­sca mat­ti­na set­tem­bri­na di qual­che annet­to fa, fre­sco ses­san­ten­ne.
Mai come quel­la vol­ta incom­be­va il tri­pli­ce fischio fina­le, ma la lezio­ne ser­vi­ta sul piat­to è di quel­le inde­le­bi­li: ha lot­ta­to in manie­ra bel­lui­na, com’era nel­la sua indo­le, uscen­do­ne vin­ci­to­re, come sem­pre a testa alta e………palla al pie­de.
Ma è un tasto piut­to­sto deli­ca­to, meglio fer­mar­si qui.
Dicia­mo che da allo­ra cam­biò un po’ le sue abi­tu­di­ni, defi­lan­do­si gio­co­for­za dal­la pri­ma linea, met­tia­mo­la così.
Potreb­be sem­bra­re fino ad ora, impo­sta­to così al pas­sa­to, il ricor­do di una per­so­na spe­cia­le che…..
Nient’affatto! Ma nem­me­no per sogno! Il gio­va­not­to in que­stio­ne lune­dì pros­si­mo, il 7 Luglio, com­pi­rà 77 anni.
Però è spe­cia­le, que­sto sì, lo è sem­pre sta­to.
E quan­do lo incon­tri (gene­ral­men­te intor­no alla zona del Por­to) non puoi salu­tar­lo con la mano e tira­re di lun­go, come si fa un po’ con tut­ti, spe­cial­men­te quan­do si va di fret­ta.
No, con Bep­pe non ce la fai.
Ti vie­ne auto­ma­ti­co fer­mar­ti e scam­biar­ci alme­no qual­che bat­tu­ta, è più for­te di te.
Ma non è affat­to sem­pli­ce da spie­ga­re.
For­se è una for­ma di rispet­to, un rispet­to vero, sin­ce­ro, dovu­to, che Bep­pe si è con­qui­sta­to “sul cam­po”, quan­do era re, il re del­la fore­sta, il più for­te e il più lon­ge­vo del­la sto­ria bian­co­ros­sa.
O for­se, più sem­pli­ce­men­te, è una sor­ta di attra­zio­ne, di magne­ti­smo, tipi­co del­le divi­ni­tà.
E le divi­ni­tà non si igno­ra­no né si deri­do­no, si vene­ra­no.
Se poi il discor­so rica­de sull’Audace attua­le, allo­ra beh, sco­pri che è infor­ma­to pri­ma e meglio degli altri, tan­to per cam­bia­re.
Un con­nu­bio è un con­nu­bio.
Infi­ne, al momen­to dei salu­ti, quan­do è in vena non disde­gna di rega­lar­ti l’ennesimo sor­ri­so, calan­do­si nuo­va­men­te nel per­so­nag­gio.
E cioè ti con­ge­da nel soli­to, ini­mi­ta­bi­le modo.
Un mar­chio di fab­bri­ca, ovvia­men­te, anche quel­lo: agi­ta la lin­gua ed emet­te uno stra­no stri­du­lo, o ulu­la­to, non si è mai capi­to bene di pre­ci­so.
Ulti­ma­men­te gli vie­ne un po’ fio­co, ma (stia tran­quil­la Signo­ra mia) gli vie­ne lo stes­so.
Ci sareb­be da fir­mar­si ora, ma che impor­tan­za ha?
Sono uno dei “suoi” ragaz­zi.
Che gli vole­va­no, e gli voglio­no anco­ra, un bene enor­me.
Per­ché a uno cosi, uno di quel­li che nel­la vita si incon­tra­no una vol­ta sol­tan­to, quan­do gli vuoi bene, glie­lo vuoi all’infinito.
Non è un luo­go comu­ne, è la sacro­san­ta veri­tà, chie­de­te in giro, chie­de­te.
Sia­mo in tan­ti, deci­ne, cen­ti­na­ia, e chi lo sa…..

Ciao Bep­pe
Oggi quel­le ulti­me righe scrit­te anni fa da Miche­le fan­no ine­vi­ta­bil­men­te un effet­to diver­so.
“Per­ché a uno così, uno di quel­li che nel­la vita si incon­tra­no una vol­ta sol­tan­to, quan­do gli vuoi bene, glie­lo vuoi all’infinito.”
For­se non ser­vo­no mol­te altre paro­le.
Se ne va un pez­zo impor­tan­te del­la sto­ria spor­ti­va dell’Isola d’Elba. Se ne va una del­le figu­re che han­no attra­ver­sa­to epo­che diver­se del cal­cio bian­co­ros­so, lascian­do qual­co­sa in chi ha gio­ca­to insie­me a lui, in chi è sta­to alle­na­to da lui e anche in chi ne ha sem­pli­ce­men­te ascol­ta­to rac­con­ta­re le impre­se.
Resta­no gli aned­do­ti. Resta­no le par­ti­te. Resta­no il Car­bu­ro, San Gio­van­ni, le tra­sfer­te, gli spo­glia­toi, le cor­se a Col­le Reci­so, le Super­ga bian­che, quel­la voce che non ave­va biso­gno di pre­sen­ta­zio­ni.
Resta­no soprat­tut­to i suoi ragaz­zi.
Quel­li che maga­ri oggi han­no qual­che capel­lo bian­co in più, ma che davan­ti al nome di Bep­pe tor­na­no per un momen­to gio­va­ni cal­cia­to­ri con una bor­sa sul­le spal­le e un alle­na­to­re davan­ti capa­ce di inse­gna­re loro qual­co­sa che anda­va mol­to oltre il pal­lo­ne.
E allo­ra imma­gi­nia­mo che, da qual­che par­te, ci sia anco­ra qual­cu­no che abbia dimen­ti­ca­to appo­sta le scar­pe da ten­nis.
E che Bep­pe, natu­ral­men­te, abbia già tro­va­to il modo di pre­star­gli le sue.
Per­ché la cor­sa si fa tut­ti insie­me.
L’Edicola Elba­na si strin­ge con affet­to alla fami­glia di Bep­pe Fran­gio­ni, ai suoi cari, agli ami­ci, alla gran­de fami­glia dell’Audace e a tut­ti colo­ro che han­no avu­to la for­tu­na di cono­scer­lo, por­gen­do le più sin­ce­re e sen­ti­te con­do­glian­ze.
Ciao Bep­pe.
La tua par­ti­ta con la maglia bian­co­ros­sa non fini­sce qui. Con­ti­nue­rà ogni vol­ta che qual­cu­no rac­con­te­rà una del­le tue sto­rie.

Ph: Rober­to Ridi

1 commento su “Addio a Beppe Frangioni, se ne va una leggenda biancorossa”

  1. Le ban­die­re non smet­to­no mai di svet­ta­re
    (Ricor­do di Bep­pe Fran­gio­ni)

    A Por­to­fer­ra­io. A Piom­bi­no.
    Le ban­die­re,
    non smet­to­no mai
    di svet­ta­re.

    L’ho impa­ra­to da te, Bep­pe.
    Libe­ro d’al­tri tem­pi,
    quan­do libe­ro vole­va dire ulti­mo,
    rude ter­zi­no spaz­za-dife­se,
    l’uo­mo die­tro a tut­ti
    che met­te­va una pez­za al mon­do.

    La maglia bian­co­ros­sa,
    non una maglia,
    una secon­da pel­le,
    cuci­ta addos­so, col sale.

    Bep­pe il por­tua­le,
    scor­za di gra­ni­to
    e cuo­re d’o­ro,
    in mez­zo, l’uo­mo.

    Per­ché in cam­po ti tra­sfor­ma­vi,
    rin­ghia­vi, aggre­di­vi,
    non face­vi respi­ra­re l’av­ver­sa­rio,
    gli sta­vi sul col­lo,
    col fia­to cor­to del mare in bur­ra­sca.

    E poi, da alle­na­to­re,
    mae­stro,
    sen­za lava­gna,
    sen­za fra­si.
    Pane e cal­cio,
    per tan­ti ragaz­zi cre­sciu­ti così.

    Al vec­chio Car­bu­ro
    ster­ra­to, pol­ve­re bian­ca,
    ginoc­chia sbuc­cia­te.
    Da una par­te la pic­co­la tet­to­ia,
    quel­la tri­bu­na pove­ra,
    costrui­ta sul­la pare­te
    dei magaz­zi­ni comu­na­li,
    sot­to casa di mia non­na.
    Dal­l’al­tra, un’im­pal­ca­tu­ra,
    tubi Inno­cen­ti, arrug­gi­ni­ti,
    che reg­ge­va il tifo.

    Por­to­fer­ra­io dei fra­tel­li Fran­gio­ni,
    di Zam­bo­ni, Arro­sti­ni, Mata­ce­ra e Gal­lia­no.
    Nomi det­ti come si dice una pre­ghie­ra
    la dome­ni­ca.

    Por­to­fer­ra­io che vin­ce a Piom­bi­no
    con gol di Maria­nel­li dopo 8 minu­ti.
    8 minu­ti e già sot­to.
    E io che guar­da­vo stu­pi­to
    mio padre che sor­ri­de­va.

    Lui era di Por­to­fer­ra­io,
    e cono­sce­va un po’ tut­ti,
    quel­la mat­ti­na di mar­zo del 1970
    ne ave­va rivi­sti parec­chi.

    Il der­by del cana­le,
    che da tem­po non si dispu­ta­va.
    Mio padre dice­va:
    “Ma qui il der­by una vol­ta
    era con Gros­se­to e Livor­no.”

    Pove­ro Bep­pe, quel gior­no,
    la tua grin­ta e il tuo sor­ri­so
    men­tre salu­ta­vi mio padre,
    quan­do vin­ce­sti al Mago­na,
    con quel tuo ince­de­re fie­ro
    da capi­ta­no, a sfi­da­re la fol­la.

    Arro­sti­ni gio­ca­va con noi,
    vec­chio elba­no,
    Ali­sca­fo come lo chia­ma­va­no tut­ti.
    E l’Au­da­ce ave­va Cec­chet­ti, Nur­ra,
    per­si­no Vema­ti — piom­bi­ne­se di sco­glio -
    Giuf­fri­da, Gal­lia­no e i fra­tel­li Fran­gio­ni.

    Maria­nel­li col 10 alle spal­le
    ci fece lo scher­zo.
    Tu, il capi­ta­no,
    avan­ti a tut­ti.

    Che tem­pi abbia­mo pas­sa­to.

    Ora però,
    se chiu­do gli occhi,
    ho solo que­sto ricor­do di te, Bep­pe Fran­gio­ni.

    Ti vedo che mi vie­ni a salu­ta­re
    men­tre scen­do dal­la nave,
    mi pren­di sot­to­brac­cio e mi por­ti al cam­po
    dove ho una par­ti­ta da fare.
    Sono sicu­ro che duran­te la gara
    mi man­de­rai chis­sà quan­te vol­te
    a quel pae­se.
    Ma al fischio fina­le sarà tut­to fini­to,
    come vuo­le lo sport,
    come è sem­pre sta­ta la tua leg­ge mora­le.

    Bep­pe Fran­gio­ni,
    quan­do t’ho visto gio­ca­re
    eri già anzia­no,
    io sol­tan­to un bam­bi­no
    che cre­de­va invin­ci­bi­le il suo Piom­bi­no
    (un gior­no ave­va bat­tu­to la Roma).
    È sta­to meri­to tuo,
    Bep­pe,
    se ho capi­to la dif­fe­ren­za
    tra sogno e real­tà.

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