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Manuele Giacomelli: ” Grazie e buonasera” il ricordo di Michele Melis

Chiun­que abbia vis­su­to uno spo­glia­to­io lo sa: all’interno è un gur­gu­glio­ne, si sta tut­ti mischia­ti, spar­pa­glia­ti, tito­la­ri e riser­ve, sena­to­ri e reclu­te. Le dina­mi­che e le varia­bi­li sono infi­ni­te, oltre che invio­la­bi­li agli estra­nei, ma i posti no, quel­li sono fis­si, rigo­ro­sa­men­te fis­si. E quel­la vol­ta, più di vent’anni fa, qual­cu­no addi­rit­tu­ra por­tò il pen­na­rel­lo inde­le­bi­le per san­ci­re ulte­rior­men­te quel “dirit­to di pro­prie­tà”, sol­tan­to che accan­to al nome del gio­ca­to­re ven­ne ver­ga­to, per tut­ti, anche il sopran­no­me. Ognu­no ave­va il suo: “Coco”, “Los”, “Zla­tan”, ecc… e per chi non ce l’aveva, come nel tuo caso, si improv­vi­sò. “Allo­ra? A Manu che gli si dà?”. Ger­mo­gliò ful­mi­nea­men­te que­sto: “GRAZIE e BUONASERA” che anco­ra oggi cam­peg­gia, in alto a sini­stra (nel­la foto), su una pan­ca del­lo spo­glia­to­io n. 2 al Car­bu­ro, abi­tual­men­te uti­liz­za­to dal­la junio­res. Quel­lo slo­gan ti cal­za­va a pen­nel­lo, Manue­le, inqua­dra­va a mera­vi­glia la per­so­na che eri. Edu­ca­zio­ne e buo­ne manie­re al di sopra di tut­to e sic­co­me, cal­ci­sti­ca­men­te par­lan­do, non ave­vi i pie­di di Mas­si­mi­no — e lo sape­vi — face­sti di neces­si­tà vir­tù: cor­re­vi come un for­sen­na­to e, all’occorrenza, non disde­gna­vi di mena­re come un fab­bro, ma sem­pre con le buo­ne manie­re. Mai una, e dico una, entra­tac­cia per far male e, soprat­tut­to, ancor pri­ma che l’arbitro fischias­se il fal­lo, spes­so chie­de­vi subi­to scu­sa all’avversario di tur­no. Cosa, quest’ultima, che cre­do ti abbia rispar­mia­to un bel po’ di car­tel­li­ni. Dopo una vita tra­scor­sa nell’Audace, a un cer­to pun­to deci­de­sti di cam­bia­re aria, desti­na­zio­ne Por­to Azzur­ro, ambien­te fino a quel momen­to semi­sco­no­sciu­to. A Lon­go­ne ti tro­va­sti bene, tal­men­te bene da por­tar­ti die­tro, l’anno dopo, il capi­ta­no dell’Audace. Non fu poi così dif­fi­ci­le per la veri­tà, il gio­ca­to­re da per­sua­de­re era tuo fra­tel­lo gemel­lo Mar­co. Il pri­mo anno, però, eri da solo e fu sur­rea­le gio­car­ci con­tro, per la pri­ma e ulti­ma vol­ta, in quel der­by, di cui c’è una foto che met­te i bri­vi­di: non sem­bra nem­me­no un’azione di gio­co, ma piut­to­sto una figu­ra per­fet­ta di nuo­to sin­cro­niz­za­to. Non pote­vi cer­to sape­re che a Por­to Azzur­ro avre­sti vis­su­to una secon­da vita cal­ci­sti­ca, rima­nen­do­ci una doz­zi­na d’anni, da gio­ca­to­re pri­ma e da alle­na­to­re (pri­ma squa­dra) poi. Sì, anche da alle­na­to­re, per­ché con le tue doti, uma­ne e cal­ci­sti­che, face­sti brec­cia in quel­la diri­gen­za che ti ave­va adot­ta­to. Non è cosa da poco. Ripa­ga­sti quel­la diri­gen­za a modo tuo: vit­to­ria del­la Cop­pa Tosca­na e poi la chic­ca, quel­la cosa di cui anda­vi orgo­glio­sis­si­mo, un mani­fe­sto. Il “Pre­mio Disci­pli­na” (nel­la foto), asse­gna­to alla tua squa­dra, risul­ta­ta la più cor­ret­ta di tut­te, non essen­do mai incap­pa­ta in espul­sio­ni in ven­ti­due par­ti­te. Imma­co­la­ta. Pen­sa­te­ci bene: nes­sun car­tel­li­no ros­so per ris­sa, gio­co scor­ret­to o fal­lo di rea­zio­ne, figu­ria­mo­ci per pro­te­ste o com­por­ta­men­to irri­spet­to­so. C’è un det­to nel­lo sport che vale per tut­ti: una squa­dra rispec­chia il carat­te­re dell’allenatore. Appun­to. Il tuo mani­fe­sto. Le tue con­di­zio­ni di salu­te, anda­te via via peg­gio­ran­do negli ulti­mi anni, ti han­no costret­to a defi­lar­ti dal­la pri­ma linea, ma hai con­ti­nua­to lo stes­so, fino all’ultima stil­la di ener­gia, a segui­re le sor­ti del­lo sport elba­no con immu­ta­ta pas­sio­ne, lo so, anche in diret­ta gra­zie al ser­vi­zio che l’infaticabile duo Stix/Alcide ren­de alla comu­ni­tà iso­la­na. Del­le tue sba­lor­di­ti­ve capa­ci­tà di scrit­to­re, inve­ce, par­le­re­mo in futu­ro, maga­ri quan­do usci­rà il ter­zo e ulti­mo libro dell’avvincente tri­lo­gia ambien­ta­ta all’Elba. Sai Manue­le, è dif­fi­ci­le ricor­dar­ti come meri­ti e allo­ra lascio che sia­no le paro­le di qual­cun altro a far­lo. Mar­te­dì del­la scor­sa set­ti­ma­na, in ospe­da­le, era­va­mo in sei nel­la tua stan­za al ter­zo pia­no in fon­do al cor­ri­do­io, e a un cer­to pun­to Cri­stian Puli­do­ri, com­pa­gno di tan­te bat­ta­glie, rife­ren­do­si a te che son­nec­chia­vi, se ne uscì con: “quan­te vol­te ha cor­so anche per me!”. Lapi­da­rio. Eh già, per­ché è pro­prio que­sto il pun­to: cor­re­vi e soc­cor­re­vi, in cam­po e fuo­ri, sem­pre e comun­que. E poi la malat­tia, affron­ta­ta con una for­za d’animo inde­scri­vi­bi­le. In un rigo, sen­za girar­ci tan­to intor­no: sei sta­to un Esem­pio. La maiu­sco­la è di pro­po­si­to. Infi­ne, l’ultimo viag­gio, intra­pre­so in sobria tuta, la tuta U.S.P.A. E allo­ra cor­ri Manue­le, libe­ro da ogni sof­fe­ren­za, cor­ri in moto per­pe­tuo las­sù, aggre­ga­ti a quel­lo squa­dro­ne di gio­ca­to­ri elba­ni pre­ma­tu­ra­men­te scom­par­si… però noi sap­pia­mo già che, spor­co di fan­go e gron­dan­te di sudo­re, avvi­ci­ne­rai l’arbitro in pun­ta di pie­di e, men­tre gli strin­ge­rai la mano, gli sus­sur­re­rai con can­do­re due paro­le. Due, esat­ta­men­te due: gra­zie e buo­na­se­ra.

Miche­le Melis

 

 

 

 

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