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Dillo all’Edicola: Quando la contabilità conta più dell’inclusione: la storia di mia figlia disabile

Rice­via­mo e pub­bli­chia­mo quan­to segue:

Quan­do la con­ta­bi­li­tà con­ta più del­l’in­clu­sio­ne: la sto­ria di mia figlia disa­bi­le. Sono la madre di una ragaz­za con gra­ve disa­bi­li­tà rico­no­sciu­ta ai sen­si del­la Leg­ge 104/92, art. 3 com­ma 3. Scri­vo per­ché cre­do che la vicen­da di mia figlia non riguar­di sol­tan­to la nostra fami­glia, ma tut­te le fami­glie che ogni gior­no affi­da­no alla scuo­la i pro­pri figli più fra­gi­li. Mia figlia ha fre­quen­ta­to il Liceo del­le Scien­ze Uma­ne per sei anni. In que­sto tem­po non ha sol­tan­to stu­dia­to. È cre­sciu­ta. Ha impa­ra­to a fidar­si degli altri, a rela­zio­nar­si con i com­pa­gni, a muo­ver­si con mag­gio­re auto­no­mia, a costrui­re una pro­pria iden­ti­tà. Per lei la scuo­la non era sem­pli­ce­men­te un edi­fi­cio: era diven­ta­ta una secon­da casa. Duran­te l’ul­ti­mo anno, nel cor­so del­l’in­con­tro uffi­cia­le di metà anno tra scuo­la, fami­glia e spe­cia­li­sti, che segue il per­cor­so degli stu­den­ti con disa­bi­li­tà (GLO), era emer­sa una posi­zio­ne ampia­men­te con­di­vi­sa da chi cono­sce­va dav­ve­ro il suo per­cor­so: la fami­glia, il neu­ro­psi­chia­tra, l’e­du­ca­tri­ce e logo­pe­di­sta di fidu­cia, l’in­se­gnan­te di soste­gno che l’ha accom­pa­gna­ta negli anni e altri ope­ra­to­ri coin­vol­ti. Tut­ti rico­no­sce­va­no gli impor­tan­ti pro­gres­si rag­giun­ti, ma anche le fra­gi­li­tà anco­ra pre­sen­ti nel­la comu­ni­ca­zio­ne, nel­le auto­no­mie e nel­le rela­zio­ni socia­li. Per que­sto gran par­te di que­sto grup­po rite­ne­va che un ulte­rio­re anno di fre­quen­za potes­se rap­pre­sen­ta­re una pre­zio­sa oppor­tu­ni­tà per con­so­li­da­re le com­pe­ten­ze acqui­si­te e pre­pa­ra­re con mag­gio­re sere­ni­tà il pas­sag­gio alla vita adul­ta, qua­lo­ra non fos­se­ro sta­ti indi­vi­dua­ti per­cor­si alter­na­ti­vi ade­gua­ti. Mia figlia non ha anco­ra com­piu­to 21 anni. Avreb­be volu­to (e potu­to) resta­re a scuo­la anco­ra un anno. Lo desi­de­ra­va lei. Lo desi­de­ra­va­mo noi come fami­glia. Non per pau­ra del futu­ro, ma per­ché vede­va­mo quan­to quel con­te­sto fos­se anco­ra impor­tan­te per la sua cre­sci­ta. Nel GLO fina­le, però, que­sta pos­si­bi­li­tà è sta­ta esclu­sa a prio­ri. Ci è sta­to det­to che la ripe­ten­za non era pra­ti­ca­bi­le, richia­man­do moti­va­zio­ni nor­ma­ti­ve e ammi­ni­stra­ti­ve e gli otti­mi risul­ta­ti sco­la­sti­ci otte­nu­ti dal­la stu­den­tes­sa. Ma chi cono­sce il mon­do del­la disa­bi­li­tà sa bene che i voti non rac­con­ta­no tut­ta la sto­ria. Mia figlia ha segui­to un per­cor­so didat­ti­co dif­fe­ren­zia­to e alta­men­te per­so­na­liz­za­to. Quei risul­ta­ti, di cui sia­mo orgo­glio­si, non can­cel­la­no le dif­fi­col­tà che anco­ra oggi affron­ta ogni gior­no. Ha soste­nu­to l’e­sa­me di matu­ri­tà attra­ver­so le pro­ve pre­di­spo­ste per il suo per­cor­so edu­ca­ti­vo. Rice­ve­rà un atte­sta­to di fre­quen­za. Eppu­re il gior­no in cui tut­to è fini­to non c’è sta­ta gio­ia. C’e­ra­no lacri­me. È tor­na­ta a casa pian­gen­do. La sen­sa­zio­ne che ci ha lascia­to que­sta vicen­da è che una ragaz­za fra­gi­le, che ave­va tro­va­to nel­la scuo­la un luo­go sicu­ro e rela­zio­ni signi­fi­ca­ti­ve, sia sta­ta accom­pa­gna­ta ver­so l’u­sci­ta pro­prio nel momen­to in cui avreb­be avu­to anco­ra biso­gno di esse­re soste­nu­ta. Come madre mi chie­do: che cosa signi­fi­ca dav­ve­ro inclu­sio­ne? Signi­fi­ca for­se accom­pa­gna­re uno stu­den­te fino all’ul­ti­mo gior­no con­sen­ti­to dal­le pro­ce­du­re? Oppu­re signi­fi­ca ascol­ta­re la per­so­na, rispet­tar­ne i tem­pi, valo­riz­zar­ne il pro­get­to di vita e costrui­re per­cor­si che rispon­da­no ai suoi rea­li biso­gni? Ho l’im­pres­sio­ne che sem­pre più spes­so la scuo­la ven­ga costret­ta a ragio­na­re secon­do logi­che ammi­ni­stra­ti­ve e azien­da­li che poco han­no a che vede­re con la fra­gi­li­tà uma­na. Quan­do si par­la di ragaz­zi con disa­bi­li­tà, però, i nume­ri, i rego­la­men­ti e le esi­gen­ze orga­niz­za­ti­ve non dovreb­be­ro mai diven­ta­re più impor­tan­ti del­le per­so­ne e di una stes­sa leg­ge, la 104/92, anco­ra in vigo­re. Per que­sto moti­vo ho deci­so di invia­re tut­ta la docu­men­ta­zio­ne all’Uf­fi­cio Sco­la­sti­co Pro­vin­cia­le, chie­den­do che ven­ga valu­ta­to quan­to acca­du­to. Non per cer­ca­re uno scon­tro, non per pun­ta­re il dito con­tro sin­go­le per­so­ne, ma per­ché cre­do che una vicen­da come que­sta meri­ti atten­zio­ne e chia­rez­za. Lo fac­cio soprat­tut­to pen­san­do agli altri ragaz­zi che ver­ran­no dopo mia figlia. Se l’in­clu­sio­ne è dav­ve­ro un valo­re, allo­ra deve esse­re qual­co­sa di più di una paro­la pro­nun­cia­ta nei con­ve­gni o scrit­ta nei docu­men­ti uffi­cia­li. Deve esse­re la capa­ci­tà di guar­da­re una per­so­na fra­gi­le e doman­dar­si non che cosa con­ven­ga all’or­ga­niz­za­zio­ne, ma che cosa sia dav­ve­ro giu­sto per lei.

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