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Dillo all’Edicola: Un tavolo, un caffè e una lezione di civiltà mancata

Let­te­ra aper­ta a una gen­til­don­na fer­ra­je­se: Gen­ti­lis­si­ma signo­ra, pur­trop­po non cono­sco il suo nome e quin­di mi tro­vo costret­to, obtor­to col­lo, a ren­de­re pub­bli­co il mio mes­sag­gio per far­le per­ve­ni­re le mie più pro­fon­de scu­se per l’increscioso fat­to acca­du­to ieri.Sono il padre di Loren­zo, quel gio­va­not­to han­di­cap­pa­to che si è per­mes­so di met­ter­si a sede­re nel tavo­lo accan­to al suo per bere un caf­fè arre­can­do­le così un così gra­ve disa­gio tan­to da costrin­ger­la ad alzar­si e ad andar­se­ne. Pur­trop­po, Loren­zo, così come mol­ti altri han­di­cap­pa­ti, han­no la pre­sun­zio­ne di poter­si com­por­ta­re come del­le per­so­ne nor­ma­li, come lei, pre­ten­do­no di esse­re inclu­si in que­sta socie­tà sen­za ren­der­si con­to di esse­re solo degli enor­mi fasti­di, se non peggio.Le garan­ti­sco che ho già pre­so tut­ti i prov­ve­di­men­ti del caso per puni­re l’assurdo com­por­ta­men­to di mio figlio, che non dove­va asso­lu­ta­men­te per­met­ter­si di bere un caf­fè d’orzo in un loca­le pub­bli­co dove ci sono tan­te per­so­ne nor­ma­li come lei.Altrettanto farò con la signo­ra che lo accom­pa­gna­va che ho già segna­la­to alle for­ze dell’ordine ed ai ser­vi­zi sociali.Contemporaneamente ho pre­sen­ta­to un’ istan­za al comu­ne di Por­to­fer­ra­io, affi­chè emet­ta una ordi­nan­za di divie­to asso­lu­to per i disa­bi­li di fre­quen­ta­re loca­li pubblici.Inoltre mi farò pro­mo­to­re di refe­ren­dum popo­la­re per abro­ga­re gli arti­co­li 3, 32 e 38 del­la Costi­tu­zio­ne Ita­lia­na, vuo­le esse­re lei la pri­ma firmataria?Ossequi Ren­zo Maz­zei

P.S. Se le fos­se venu­to il sospet­to che la stia pren­den­do per….in giro…, le con­fer­mo che è pro­prio così ma mi cre­da per lei sareb­be sicu­ra­men­te sta­to peg­gio se fos­si sta­to pre­sen­te al fat­to….

Boia, aggiun­gia­mo noi del­l’E­di­co­la Elba­na, a lei Signo­ra gli sc.…. No nien­te,  lasci per­de­re, è tem­po per­so, non capi­reb­be.

 

 

2 commenti su “Dillo all’Edicola: Un tavolo, un caffè e una lezione di civiltà mancata”

  1. La signo­ra del caf­fè e la ver­go­gna che non si può più igno­ra­re. Ci sono epi­so­di che non meri­ta­no silen­zio.
    E quel­lo acca­du­to al bar di Por­to­fer­ra­io — una signo­ra che si alza infa­sti­di­ta dal­la pre­sen­za di un ragaz­zo auti­sti­co sedu­to al tavo­lo accan­to — è uno di que­sti. Non per la sua gra­vi­tà mate­ria­le, ma per la sua gra­vi­tà mora­le.
    Per­ché in quel gesto, così rapi­do e così elo­quen­te, c’è tut­to: la pau­ra del diver­so,
    la fra­gi­li­tà tra­ve­sti­ta da supe­rio­ri­tà,
    la mise­ria di chi con­fon­de la nor­ma­li­tà con un pri­vi­le­gio per­so­na­le.
    La signo­ra in que­stio­ne non ha solo cam­bia­to tavo­lo, ha cam­bia­to livel­lo: è sce­sa a quel­lo più bas­so, quel­lo dove l’umanità si misu­ra in cen­ti­me­tri di distan­za e non in capa­ci­tà di acco­glie­re.
    Il padre di Loren­zo ha rispo­sto con iro­nia, e ha fat­to bene. Per­ché davan­ti a cer­ti com­por­ta­men­ti, la sati­ra è l’unico modo per non cade­re nel­la rab­bia.
    Ma resta un fat­to: quel­la signo­ra ha offer­to alla comu­ni­tà un esem­pio per­fet­to di ciò che non voglia­mo esse­re.
    Ha mostra­to che si può esse­re adul­ti sen­za esse­re matu­ri.
    Che si può esse­re “signo­re” sen­za esse­re per­so­ne.
    Che si può sede­re in un bar, ma non nel­la socie­tà civi­le.
    E men­tre Loren­zo beve­va un sem­pli­ce caf­fè d’orzo, lei ha bevu­to — sen­za accor­ger­se­ne — un sor­so ama­ro del­la pro­pria intol­le­ran­za. A chiun­que abbia assi­sti­to, resta un moni­to: la civil­tà non si misu­ra da come trat­tia­mo chi ci somi­glia, ma da come ci com­por­tia­mo davan­ti a chi è più fra­gi­le, più len­to, più silen­zio­so, più vero.
    La signo­ra se n’è anda­ta.
    La ver­go­gna, inve­ce, è rima­sta lì.
    E non è di Loren­zo.
    Fran­ce­sco Seme­ra­ro

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  2. Leg­ge­re il rac­con­to di Ren­zo mi fa male e mi por­ta indie­tro nel tem­po, quan­do ave­re un figlio con “han­di­cap” era una ver­go­gna, qual­cu­no lo nascon­de­va, altri ave­va­no il corag­gio di riven­di­ca­re il dirit­to di esi­ste­re, un dirit­to sacro­san­to nel­la comu­ni­tà dove si vive, dove si paga­no le tas­se, dove si sof­fre e, a vol­te, si vin­ce. Si vin­ce sull’egoismo, sull’ignoranza, sul pre­giu­di­zio, sui luo­ghi comu­ni, su un’immagine pub­bli­ca che nascon­de infer­ni pri­va­ti. Ver­go­gna, ver­go­gna, ver­go­gna deve pro­var­la chi nel 2026 si alza da un tavo­li­no, bacia­to dal sole, per­chè si sen­te miglio­re. Miglio­re di cosa? Miglio­re di chi? Miglio­re per­chè?
    Set­tan­ta anni fa, ave­vo tre anni, sor­ri­den­te e sola­re, ero già più alta di mio fra­tel­lo Giu­lia­no che ne ave­va undi­ci di più. Gli era capi­ta­to in sor­te di esse­re nano, “lil­li­puz­zia­no – dice­va lui – era solo una que­stio­ne di pro­por­zio­ni e maga­ri in qual­che iso­la sper­du­ta del Bor­neo sareb­be sta­to anche nor­ma­le”. Lui si sen­ti­va come gli altri per­chè gli altri lo face­va­no sen­ti­re come loro, ogni tan­to ci vole­va un pan­chet­to, ma nien­te di più. Ragio­nie­re, ispet­to­re di doga­na, gui­da­va la Cin­que­cen­to e si era anche spo­sa­to e, per un pelo, avreb­be avu­to un figlio. Mio nipo­te. Ora ripo­sa a Mar­cia­na nel­la nostra cap­pel­la di fami­glia accan­to ai nostri geni­to­ri che han­no avu­to il corag­gio di spin­ger­lo fuo­ri dal nido, come han­no fat­to con noi, sorel­le “nor­ma­li”, con quei 30 cm di gam­be in più che ci per­met­te­va­no di por­ta­re la mini­gon­na e capel­li al ven­to sui sen­tie­ri del Capan­ne. E quel­la signo­ri­na, che la vita sia gene­ro­sa con lei e sen­za figli, vor­rei solo man­dar­la qual­che ora a gio­ca­re con i ragaz­zi mera­vi­glio­si di “Ami­ci per Sem­pre” dove Loren­zo, gli altri ragaz­zi, noi anzia­ni, i geni­to­ri, l’Elba tut­ta dal cuo­re gran­de, si sen­te miglio­re, per­chè vuo­le bene a qual­cu­no.

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