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Un viaggio che lascia il segno: la missione a Betlemme della Misericordia di Portoferraio

Ci sono espe­rien­ze che si rac­con­ta­no con le paro­le, e altre che resta­no den­tro, dif­fi­ci­li da spie­ga­re fino in fon­do. La mis­sio­ne a Betlem­me, pres­so la Hogar de Niños Dios, è una di que­ste. Ne voglia­mo par­la­re con i volon­ta­ri che han­no par­te­ci­pa­to a que­sta mis­sio­ne, Dona­to, Mas­si­mi­lia­no, Mat­teo e Sil­via, i pri­mi tre del­la con­fra­ter­ni­ta di Por­to­fer­ra­io e l’ultima del­la mise­ri­cor­dia di Mon­te­mur­lo e ne par­lia­mo in una set­ti­ma­na spe­cia­le, la set­ti­ma­na più impor­tan­te per il mon­do cat­to­li­co, la set­ti­ma­na San­ta.
Per alcu­ni volon­ta­ri del­la Mise­ri­cor­dia non era la pri­ma vol­ta. Eppu­re, ogni ritor­no ha il sapo­re del­la sco­per­ta.
“Era la mia ter­za vol­ta a Betlem­me con le Mise­ri­cor­die” dice Mas­si­mi­lia­no, “ogni vol­ta è come fos­se la pri­ma, ma sta­vol­ta era diver­so: ero con mio figlio.”
Un’esperienza anco­ra più inten­sa, con­di­vi­sa con chi si ama, che ren­de tut­to più pro­fon­do. In quei luo­ghi si ritro­va sem­pre la stes­sa acco­glien­za: sin­ce­ra, disar­man­te, capa­ce di far­ti sen­ti­re a casa anche a miglia­ia di chi­lo­me­tri di distan­za.
E poi ci sono loro, i veri pro­ta­go­ni­sti del viag­gio: i bam­bi­ni e le bam­bi­ne del­la Hogar, insie­me alle suo­re che ogni gior­no si pren­do­no cura di loro con dedi­zio­ne e amo­re. I loro sor­ri­si, i loro sguar­di, la loro for­za rie­sco­no a lascia­re un segno inde­le­bi­le nel cuo­re di chi li incon­tra.
“Rice­via­mo più di quel­lo che dia­mo.”
È una fra­se che ritor­na spes­so nei rac­con­ti di chi par­te per aiu­ta­re e sco­pre, inve­ce, di esse­re arric­chi­to mol­to più di quan­to imma­gi­nas­se.
Anche per chi è par­ti­to per la pri­ma vol­ta, il sen­ti­men­to è lo stes­so:
“Sono par­ti­ta con tan­ta voglia di ren­der­mi uti­le” dice Sil­via “ho tro­va­to un popo­lo che mi ha accol­to a brac­cia aper­te e mi sono sen­ti­ta ben volu­ta nel­la loro ter­ra.”
Un’accoglienza che va oltre le paro­le e che si mani­fe­sta nei gesti più sem­pli­ci: una mano tesa, un sor­ri­so, uno sguar­do capa­ce di comu­ni­ca­re tut­to.
“I bam­bi­ni e i ragaz­zi del­la Hogar avran­no sem­pre un posto spe­cia­le nel mio cuo­re. Pen­sa­vo sarei sta­ta io a dona­re, inve­ce ho rice­vu­to mol­to di più.”
È que­sto il sen­so più auten­ti­co del­la mis­sio­ne: non solo dare, ma incon­tra­re, con­di­vi­de­re, lasciar­si cam­bia­re.
In un momen­to sto­ri­co deli­ca­to, il pen­sie­ro dei volon­ta­ri va anco­ra più for­te a quel­la comu­ni­tà, con la spe­ran­za di poter tor­na­re pre­sto.
“Quan­do ci sia­mo salu­ta­ti non era un addio, ma solo un arri­ve­der­ci. Per­ché sap­pia­mo che ci rive­dre­mo.”
Un lega­me che non si inter­rom­pe, ma con­ti­nua nel tem­po, fat­to di ricor­di, affet­to e di una pro­mes­sa silen­zio­sa: tor­na­re.

 

Nel­la foto insie­me a Ibra­him fal­tas fran­ce­sca­no egi­zia­no. Diret­to­re del­le diciot­to Scuo­le del­la Custo­dia di Ter­ra San­ta

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